Intervista sulle Tradizioni


 

Tradizione, è questa la prima parola a cui penso quando parlo del “mio” progetto. Sono Del Vecchio Susanna una volontaria del SCN presso la sede della Pro Loco di Poggio Bustone, e fin dall’uscita del bando, con i relativi progetti, questa fu la parola su cui si focalizzò il mio interesse. “LE ORIGINI DELLA NOSTRA STORIA TRA LEGGENDE, MITI E TRADIZIONI” è il titolo del progetto che ho scelto, e con esso vorrei poter raccontare, per quanto possibile, come ho imparato ad apprezzare ed amare il mio piccolo paese.

Fin da bambini e molto spesso inconsciamente, i nostri genitori, nonni e zii, ci trasmettono costumi ed usanze, che crescendo assimiliamo a tal punto da considerarle nostre, dandole però troppo spesso per scontate, e allora quale miglior modo per risvegliare quel senso di appartenenza, se non farci raccontare da chi per anzianità ha vissuto più esperienze? Per questo ho deciso di intervistare alcune persone che ritengo possano aiutarmi a descrivere l’importanza nel conoscere le proprie origini.

Vi presento le due donne da me intervistate Flora Falilò, di 91 anni, nata nel 1926, e Giovina Pellegrini di 93 anni, nata nel 1924, entrambe originarie di Poggio Bustone.

 

1-La prima domanda che vi vorrei porre è molto semplice,vi ricordate com’era strutturato il nostro paese quando eravate bambine? e i cambiamenti che ha vissuto nel tempo?

Flora: Prima il paese era la metà di oggi, se non qualcosa di meno, era più che altro ridotto ad un borgo, che andava dalla Torre [1], passava per Piazza[2], fino a Pie’ ru Poiu [3], praticamente la parte del tornante, dov’è il Bar, non esisteva, c’era solo terra e una strada precaria e dismessa di passaggio che portava ai Frati [4] o alla via della montagna. Con il passare degli anni sono cambiate moltissime cose, Elio Santori scavò a mano tutta la curva del tornante, armato solo di mazza, piccone, e tanta buona volontà, creando così il Bar che ancora oggi è il punto d’incontro più importante del paese per ogni generazione.

Giovina: Si poi devi sapere che prima non avevamo tutte le comodità che ci sono oggi, ad esempio c’erano i fontanili in Piazza sotto l’Arco di San Rocco [5], dove si andavano a lavare i panni, oppure nelle fontane dei vari “quartieri” che ora non ci sono più. Una cosa che sicuramente non saprai è che c’era vicino la chiesa della Torre un forno, aperto a tutti, gestito dalla famiglia del Fornaio che ancora oggi lo produce, in cui chiunque volesse poteva preparare l’impasto a casa e andarlo a cuocere lì. Praticamente quasi tutte le famiglie si arrangiavano con quello che si produceva, c’era chi aveva l’orto, chi il bestiame, chi la legna e così via per ogni bene indispensabile a sopravvivere. Eravamo una comunità povera ma tutti si aiutavano a vicenda per quanto possibile.

Note: 1- Piazza della Torre, antistante il palazzo comunale. 2-Piazza Regina Elena. 3- Letteralmente ai piedi di poggio, nome che si riferisce ad una specifica area sita all’estremo sud-est del paese. 4- area racchiusa tra il Convento di  San Giacomo e il Piazzale delle Missioni Francescane. 5- Arco adiacente Piazza Regina Elena.

2-E’ interessante questa situazione della comunità, a proposito di questo vorrei proprio chiedervi come si viveva a quei tempi?Quando eravate bambine o ragazze avevate svaghi, punti di incontro o interessi particolari?

Giovina: Non proprio figlia cara, noi non abbiamo avuto l’infanzia come la vostra, si può dire che all’età di 12 anni venivi già considerato adulto, si cresceva talmente in fretta che non si faceva nemmeno in tempo ad avere degli svaghi. Quelle rare volte che avevamo tempo libero da ragazze  al massimo facevamo delle passeggiate, o si usciva nei giorni di festa, ma niente di che. Per lo più si lavorava nei campi, o andavamo in montagna a fare le fascine [6] per accendere il fuoco.

Flora:  Erano rari i momenti di svago, prima di tutto perché non esistevano tutte le cose che ci sono oggi, e poi perche già da piccoli i genitori ci facevano lavorare. Ci si svegliava all’alba e si andava in campagna a lavorare la terra, e la sera si era talmente stanchi da non riuscire ad avere nemmeno il pensiero di svagarsi. C’erano alcuni giochi che facevamo per passare del tempo in compagnia, a parte i soliti giochi che si fanno da bambini, tipo nascondino o chiapparella, si giocava con palle e bambole fatte di pezza, come la “Pucca”, mentre per i più grandi le “bocce” e “sbattimuro”[7] erano i migliori passatempo.

3-Ricordo bene che da bambina la maestra delle elementari ci assegnò il compito di ricreare una “Pucca” e di ricercare il significato di questi giochi. Al riguardo, con l’aiuto di mia nonna, scoprii che dietro il termine pucca si nascondeva anche una leggenda paesana, potreste raccontarmi alcune leggende del nostro paese?

Flora: Si perché devi sapere che la Pucca è un tipo di bambola povera fatta di pezza, che veniva creata con pezzi di stoffa, avanzati o rovinati, con cui poi i bambini giocavano non potendo permettersi altro. Con questo nome però i poiani raccontano anche una leggenda popolare, tramandata di generazione in generazione che tutti noi conosciamo come “La Pucca della Casetta”. Circa due secoli fa la zona della Casetta [8] era coltivata e nei mesi estivi, dopo il raccolto e la falciatura vi si praticava il pascolo. La località, data la vicinanza al paese, veniva raggiunta in quel tempo da una giovane ragazza di Poggio Bustone che ogni giorno vi conduceva un piccolo branco di pecore. In quella solitudine la pastorella trascorreva il tempo a sorvegliare il gregge. Un giorno improvvisamente, le apparve una figura femminile alta quanto una bambina, ma con le fattezze da adulta e vestita come una bambola di pezza, quella era la Pucca. La pastorella all’inizio ebbe un po’ paura, poi però parlando con essa, si tranquillizzò, perché questa si esprimeva con molta dolcezza e mostrava buoni sentimenti. Con il trascorrere dei giorni, fra le due nacque una reciproca amicizia, sicché una mattina la Pucca chiese alla pastorella se era disposta a sottoporsi ad una prova di coraggio, superata la quale sarebbe diventata padrona di un grande tesoro sepolto in quella zona. La Pucca avvertì la pastorella che la prova a cui andava incontro sarebbe stata molto difficile ed avrebbe richiesto un gran coraggio. Le spiegò che si sarebbe trasformata in un lungo serpente e che l’avrebbe avvinghiata interamente e lei sarebbe dovuta rimanere completamente immobile.

Note: 6- Fasci di legna secche e sottili. 7- Gioco che consisteva nel lanciare una moneta contro un muro cercando di farla cadere il più vicino possibile al muro stesso. 8- Area sita all’estremo nord-ovest del paese lungo la strada verso la montagna.

Inoltre la Pucca fece promettere alla ragazza di non mostrare alcun segno di paura e di non gridare per nessuna ragione, altrimenti si sarebbe rotto l’incantesimo e la Pucca non avrebbe potuto riacquistare sembianze umane. La pastorella, sedotta dall’allettante possibilità di arricchimento ci pensò su ed accettò la proposta. Così la Pucca si trasformò in un lungo serpente, che salendo a spire dal basso, raggiunse lentamente il busto della pastorella. Costei con gli occhi chiusi sentiva la fredda pelle del rettile circondarle prima le gambe, poi avvinghiarle il corpo e le braccia, ma nonostante fosse invasa da un senso di disgusto non si mosse né fiatò. Tuttavia, quando la testa del serpente arrivò all’altezza di quella della ragazza lei aprì gli occhi, tanto fu l’orrore nel vedere la bocca spalancata e la lingua biforcuta del rettile che non riuscì a trattenere un lungo grido di terrore. L’animale, come privato di ogni forza, cadde ai piedi della ragazza riacquistando le sembianze della Pucca. <<che tu sia maledetta per sette generazioni>> disse costei alla pastorella, e di colpo sparì. Questa favola voleva solo insegnare che l’avidità avvelena i cuori e conduce a far le cose più abbiette.

Giovina: Esiste anche la leggenda de “gl’Ongaru” [9], che ai nostri tempi era molto temuta, ed ancora oggi qualche nonna la racconta ai propri nipoti, per tenerli lontano da posti bui ed isolati. Come spesso ti ho raccontato c’erano varie versioni di questa storiella, per alcuni questa figura si nascondeva nel bosco oltre il cancello dei frati, per molti altri invece era solito collocarlo ai fontanili di Via Italia, cioè dopo l’Arco di San Rocco. La versione più veritiera di questa leggenda è ovviamente la più antica, che risale all’incirca alla fine della I Guerra Mondiale, e racconta dell’incontro che un signore, che abitava a Pie’ ru Poiu, ebbe con questa strana creatura. C’è da premettere che  a quei tempi gli uomini del paese, dopo aver lavorato per tutto il giorno,trascorrevano le ultime ore della giornata prima di rincasare, in osteria e che molti di loro, poiché d’inverno non potevano lavorare in campagna, si arrangiavano ad impagliare le sedie con la “scarsa”[10]. Siccome questa Scarsa prima di essere utilizzata doveva essere immersa per qualche ora nell’acqua, affinché diventasse malleabile, il signore in questione dirigendosi verso l’osteria, se ne portò appresso un fascio, che lasciò immerso nei vaschetti dei fontanili di Via Italia. L’uomo si diresse poi all’osteria di “Italetto”, dove trascorse qualche ora in compagnia degli amici accompagnate da qualche bicchiere di vino, fin quando non venne l’ora di rincasare. Uscito dall’osteria attraversò Piazza Regina Elena dirigendosi verso la via dei Fontanili, una volta lì fece per estrarre il fascio della Scarsa, quando, di lato si accorse di essere osservato da una figura piccolissima. Spaventato da quella improvvisa apparizione l’uomo si ritrasse e colto da un primo momento di coraggio chiese alla creatura chi fosse e cosa volesse. Gl’Ongaru a quel punto incominciò a crescere raggiungendo in un attimo la statura di un giovane ragazzo, continuando ad osservare l’uomo terrorizzato senza pronunciare nemmeno una parola. L’uomo stupito da quella crescita straordinaria non credeva ai suoi occhi, così si fece coraggio e chiese a gl’Ongaru di non crescere più, e se gli avesse concesso di prendere la scarsa sarebbe andato subito via, ma proprio mentre gli parlava, gl’Ongaru continuò a crescere,fino a raddoppiare la statura di un uomo adulto, fissandolo incessantemente e continuando a tacere. A quel punto l’uomo incredulo da questa crescita repentina e terrorizzato da questa colossale figura, istintivamente raccolse la scarsa dal vaschetto e spinto dalla forza della disperazione si precipitò fuori dai fontanili, e corse via.

Note: 9- Figura mostruosa di fantasia. 10- Vegetale ottenuto da un’erba palustre che cresceva nei pressi del Lago Lungo.

Giunto a casa l’uomo non credeva a ciò che aveva visto, la moglie vedendolo completamente fradicio dall’acqua della scarsa e visibilmente sconvolto chiese cosa fosse successo e l’uomo le raccontò dello strano incontro con gl’Ongaru. Ovviamente non si sa se questa storia sia vera o solo frutto dell’immaginazione, ma divenne addirittura una consuetudine che molte donne auspicassero l’incontro con gl’Ongaru ai propri mariti per dissuaderli dall’andare in osteria la sera. Fu così che da allora e per molti anni, il passaggio di notte sotto l’Arco di San Rocco ha suggestionato le menti dei poiani.

 

4- E sempre un’emozione ascoltare queste storielle che hanno fatto parte della mia infanzia, soprattutto perché raccontate da voi hanno un sapore incantato. A proposito di tradizioni, possiamo fieramente affermare che nel nostro paese di certo non mancano, anzi alcune di queste si sono consolidate sempre più proprio con il passare degl’ anni e il susseguirsi delle generazioni. Un esempio lampante è la processione del corteo funebre, seguito dalla banda musicale, che accompagna il defunto al cimitero passando per le vie del paese, tradizione che oramai molti paesi italiani hanno perso. Quali altre Tradizioni sono rimaste vive ad oggi a Poggio Bustone?

Giovina: Considerando che Poggio Bustone è un paese piccolo, di tradizioni ne abbiamo fin troppe rispetto ad altri paesi. Quella che più di tutte mi fa emozionare è la festa di S. Antonio abate, la cui tradizione sta nella benedizione degli animali dopo la messa. Un po’ per tradizione un po’ per buon auspicio, qualsiasi animale si possiede è obbligo morale per il poiano applicare un fiocco rosso al proprio animale e portarlo alla benedizione. E’ bello vedere come la piazza della Torre si riempie di animali di ogni specie, perché in fondo sono parte della nostra vita e in un modo o nell’altro ci aiutano ad essere umani. Inoltre quella mattina ci sono alcune famiglie che organizzano la colazione con prodotti tipici, per il comitato che passa per la carità, e come ben sai noi l’abbiamo sempre organizzata, soprattutto per celebrare l’onomastico di mio figlio. Ovviamente non possiamo trascurare l’importanza delle feste più grandi come la Sagra della Porchetta che è nata nel 1951 e che è una delle sagre più antiche della provincia. La tradizione in questa non sta tanto nella festa in se o nella gara tra i porchettari del paese quanto nella ricetta del prodotto; Infatti a differenza del resto d’Italia qui a Poggio Bustone il maiale viene condito con dosi precise di pepe macinato, aglio, rosmarino e sale seguendo poi una particolare cottura una volta infornata.

Flora: Anche la Processione del Lunedì di Pasquetta è un’altra di queste, oppure il Ferragosto alle Prata [11]. La prima si celebra sotto il periodo pasquale, e nella prima mattina del Lunedì dell’angelo il paese si riunisce in processione per arrivare al Sacro Speco, dove viene celebrata la messa accompagnata dalla colazione santa. Pensandoci bene questa è anticipata dal Venerdì Santo dove la via crucis, recitata da diversi paesani, prende vita in un modo suggestivo ed  emozionante. Poi come ben sai il ferragosto lo festeggiamo un po’ a modo nostro; la parola Prata infatti, suscita in quei poiani abituati a questa tradizione un senso di attaccamento a quei lunghi primordiali di natura vera che rimane invariata nel tempo. Nei giorni precedenti il 15 infatti, le generazioni più giovani si accampano in questi meravigliosi prati,

Nota: 11- Prati di San Giacomo

vivendo completamente a contatto con la natura, aspettando il momento in cui gran parte della popolazione sale in montagna per il pranzo di Ferragosto.  Intere famiglie e lunghissime tavolate animano quei luoghi generalmente vuoti, organizzando diversi giochi durante la giornata a cui anche i più adulti partecipano.

5- Una tradizione che io amo particolarmente è quella del Tamburello di San Francesco. Fin da bambina nella notte tra il 3 e il 4 Ottobre aspetto euforica il passaggio del Tamburello che augura il Buon Giorno a tutti i capo famiglia del paese. Se non si ascolta dal vivo il suono di quel tamburo, che indisturbato cammina per tutto il paese addormentato, non si può comprendere l’emozione che trasmette nei nostri cuori. E’ un momento talmente suggestivo che sembra quasi che il tempo si sia fermato al ‘208 quando Francesco per la prima volta varcò l’Arco del Buongiorno augurando a tutti gli abitanti di Poggio Bustone il santo saluto “Buon Giorno Buona Gente”. Probabilmente proprio per questo suo passaggio, a San Francesco dedichiamo diverse feste durante l’anno, e siamo considerati anche una tappa fondamentale del Cammino di Francesco, essendo il nostro Convento uno dei quattro Santuari della Valle Santa. Questo perché proprio nel nostro meraviglioso Eremo, Francesco ebbe il perdono di tutti i peccati, e da qui si dedicò pienamente ad una vita umile e di povertà e alla predicazione della parola di Dio nel resto del territorio.

Giovina: Esattamente, proprio in onore alla sua remissione dei peccati, da qualche anno a questa parte festeggiamo ogni 2 Agosto dell’anno “La Marcia del Perdono. Una festa molto sentita, perché attraverso la marcia, che passa appunto lungo il sentiero del Cammino di Francesco, si ha quasi la sensazione di rivivere insieme ad esso il suo ostico cammino, alternando attimi di preghiera a momenti di riflessione sui propri peccati, per poi giungere al Sacro Speco dove tutto sembra fermarsi, concedendo così ad ogni marciatore il sollievo nell’aver compiuto questo passo verso salvezza.

Flora: Ti invito a notare quanto è interessante vedere come la storia delle tradizioni si annodi inevitabilmente alla cultura ecclesiastica. Il nostro stato è fondato sulle tradizioni folcloristiche, ma quelle legate alla chiesa hanno un qualcosa di mistico, quasi irreale a volte. Non so se ricordi, quando eri piccola, che in alcune feste era solito dare vita alla Pantarma [12], prima dei fuochi d’artificio serali in onore del santo festeggiato. Pochi sanno che il significato reale che si cela dietro questa figura è quanto di più appropriato ci possa essere alla religiosità di una festa, infatti dietro l’atto del darle fuoco si nasconde in realtà l’esorcizzazione del male.

 

 

 

 

Nota: 12- Statua rivestita di carta stagnola, dalle sembianze femminili, a cui vengono applicati fuochi d’artificio sul capo e sulle braccia. Essendo internamente vuota viene pilotata dall’interno da un uomo che ballerà sulle note della banda musicale, per tutta la durata dei fuochi d’artificio. Una volta estinti l’uomo uscirà, e la statua continuerà a bruciare fino allo spegnimento.

 

E’ meraviglioso ascoltare questi racconti dall’alto della vostra veneranda età ed è emozionante vedere i vostri occhi illuminati dai ricordi di ciò che è stato e di ciò che continua ancora ad essere il nostro paese. Vorrei innanzitutto ringraziare voi, donne straordinarie, che mi avete dedicato tempo prezioso e avete reso questa intervista raffinata, ma allo stesso tempo umile, proprio come le nostre origini. E nonostante la leggerezza degli argomenti siete riuscite ad arricchire la conoscenza e la consapevolezza dell’importanza delle nostre tradizioni. Proprio per questo vorrei dedicare le vostre parole a tutti i giovani di Poggio Bustone, che possano trarre il meglio da ogni esperienza e da ogni nuova conoscenza senza mai dimenticare l’eccezionale valore delle nostre radici. Mi auguro sia stata per tutti una gradevole lettura, sperando possa avervi suscitato un sorriso e consolidato ancor più quell’autentico sentimento di appartenenza che solo i nostri paesi posseggono.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuole dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di Tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” – Cesare Pavese.

 

Poggio Bustone 17 Novembre 2017                                                                                                       Susanna Del Vecchio

 

Di seguito potete ammirare alcune foto di Poggio Bustone rappresentanti il cambiamento tra passato e presente, gentilmente concesse dal mio amico Marco Desideri.

Altre foto antiche di Poggio Bustone

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