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Attilio Piccioni

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Nacque il 14 giugno 1892 a Poggio Bustone, in provincia di Rieti, da Giuseppe e da Gaetana Fabiani, maestri elementari. Nono di dieci fratelli, venne indirizzato agli studi dall’attività di insegnamento dei genitori, che gli trasmisero in famiglia l’educazione cattolica. Frequentò il ginnasio e il liceo a Rieti e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma, mantenendosi con borse di studio per merito scolastico.

Un’influenza dominante sulla formazione di Piccioni fu esercitata dal fratello primogenito, Giovanni (di sedici anni maggiore), sacerdote a Pistoia e promotore della prima Democrazia cristiana in Toscana, poi vescovo di Livorno dal 1921 al 1959. La sua esperienza di ‘prete sociale’ trasmise al fratello minore i nuovi indirizzi partecipativi del movimento cattolico, cui sarebbe rimasto altrimenti estraneo negli anni studenteschi, segnati da una inclinazione genericamente ‘umanitaria’.

Nella prima guerra mondiale Piccioni si arruolò volontario fra i bersaglieri e poi in aviazione con un incarico di istruttore pilota presso il campo militare di Cascina Costa. Alla fine del conflitto si stabilì definitivamente a Torino, dove si laureò e intraprese la professione legale nello studio dell’avvocato Eugenio Libois. Lì conobbe Carolina Marengo, figlia di industriali benestanti, che sposò nel novembre 1918 e dalla quale ebbe quattro figli: Donatella, Gian Piero, Chiara e Leone.

Nella Torino del primo dopoguerra, epicentro di movimenti come Ordine nuovo di Antonio Gramsci ed Energie nove di Piero Gobetti, Piccioni realizzò la sua vocazione autenticamente politica. In quest’ambito attribuì al pensiero e alla realtà sociale del cattolicesimo il significato di una reale alternativa di cultura politica, come premessa di una nuova e particolare esperienza democratica. Da qui la scelta di iscriversi alla sezione torinese del Partito popolare di don Luigi Sturzo, di cui divenne segretario cittadino nel novembre 1919. Esponente dei Gruppi di avanguardia e della Sinistra popolare, fu eletto consigliere nazionale nella lista di minoranza al II Congresso di Napoli dell’aprile 1920. Nell’agosto 1920 fondò a Torino il settimanale Il Pensiero popolare, portavoce di una linea di intransigenza che qualificava il popolarismo come «partito di critica e di opposizione», rifiutando il «collaborazionismo» con i governi liberali e rivendicando l’esigenza di «fiancheggiare il divenire della forza lavoro» (Fanello Marcucci, 1977, pp. 88 ss.).

La sua autonomia ‘avanguardista’ si infranse sotto la pressione della crisi dello Stato liberale. Già in occasione delle elezioni comunali di Torino del 7 novembre 1920, Piccioni dovette ratificare, in deroga alla tattica di intransigenza elettorale, l’ingresso dei popolari in una lista di coalizione insieme ai ‘costituzionali’: riuscì così a sconfiggere la sinistra socialista e comunista, risultando lui stesso eletto in Consiglio comunale e poi nominato assessore al Lavoro. Dal lato opposto, l’emergere del fascismo orientava la sinistra politica di Piccioni e di Giuseppe Cappi a fiancheggiare la resistenza democratica di Sturzo: al III Congresso di Venezia, nell’ottobre 1921, furono entrambi rieletti nella lista unitaria del segretario.

Contrario all’ingresso dei popolari nel governo Mussolini, Piccioni sostenne la linea di intransigenza antifascista che emerse già nel IV Congresso nazionale del Partito, organizzato proprio a Torino nell’aprile del 1923. Dopo il delitto Matteotti (1924), promosse il Comitato torinese dei partiti antifascisti e strinse rapporti di amicizia con Piero Gobetti, che ne pubblicò l’articolo L’opposizione popolare su La Rivoluzione liberale del 24 giugno 1924, nel quale rivendicava lo spirito cristiano e democratico dell’antifascismo popolare. Ma la svolta repressiva del 3 gennaio 1925 rese illusoria ogni ipotesi di successione antifascista a breve scadenza: Piccioni ne prese atto fra i primi nella sua lettera a Sturzo del 12 aprile 1925, definendo la secessione parlamentare dell’Aventino «un errore, aggravato dal suo prolungarsi» (Fanello Marcucci, 1977, p. 77).

Nel 1926 si trasferì con la famiglia a Pistoia, dove riprese la professione forense e trascorse la «lunga vigilia» del fascismo, segnata dalla morte della moglie, nel 1936. Mantenne i legami con gli ex popolari e soprattutto con Adone Zoli a Firenze, ma sviluppò anche quelli con l’associazionismo cattolico: si iscrisse ai circoli pistoiesi degli Uomini Cattolici e del Gruppo di Cultura, collaborando alla stampa diocesana sotto lo pseudonimo di Apis.

Già stabilitosi a Firenze dal 1939, vi guidò la fondazione clandestina della Democrazia cristiana (DC) e ne divenne rappresentante nel Comitato toscano di liberazione nazionale (P.L. Ballini, La Democrazia Cristiana, in La ricostruzione in Toscana, II, 1981). Dopo la liberazione di Firenze iniziò la sua ascesa al vertice del Partito: cooptato come consigliere nazionale l’11 settembre 1944, subentrò il 3 marzo 1945 in direzione e il 27 giugno 1945 assunse l’incarico di vicesegretario politico. Segretario del gruppo democristiano alla Consulta nazionale, il 2 giugno 1946 fu eletto all’Assemblea Costituente, entrando a far parte della Commissione dei 75 e della seconda Sottocommissione per l’ordinamento dello Stato.

La leadership democristiana di Piccioni si impose, prima localmente e poi nazionalmente, per il suo apporto di progettualità alla ricostruzione democratica del «nuovo Stato», che lo rese «il vero ideologo della politica e della resistenza ciellenista, e della risoluta e decisiva partecipazione ad essa dei cattolici» (Branca, 1976). Nella DC fiorentina fu artefice di quella «ipotesi toscana di fondazione della Repubblica», che mirava al riconoscimento giuridico dei Comitati di liberazione nazionale mediante un’Assemblea consultiva dei comitati regionali, da lui per primo proposta e richiesta dal Memoriale toscano del 10 novembre 1944 al governo Bonomi (La ricostruzione in Toscana, II, 1980). Fallita con i Comitati di liberazione nazionale, trasferì poi nella DC nazionale questa iniziativa «di propulsione attivistica per la creazione di nuovi ordinamenti» (Ciò che più vale, in Il Mondo, 5 maggio 1945).

Al I Congresso nazionale della DC, nell’aprile 1946, Piccioni tenne la relazione su Repubblica o Monarchia, ratificando l’orientamento repubblicano del Partito nel referendum istituzionale del 2 giugno. Fin dalla prima riunione del Consiglio nazionale, aveva sostenuto che la scelta istituzionale dovesse essere impostata «in diretto rapporto alla formulazione concreta di nuove strutture costituzionali» (Archivio storico dell’Istituto Luigi Sturzo, Democrazia cristianaConsiglio nazionale, 1, 10 settembre 1944). Gli interventi di Piccioni consultore e costituente tradussero istituzionalmente la sua concezione dell’autogoverno democratico, che ereditava punti qualificanti del riformismo sturziano come il partito di massa, il proporzionalismo e il regionalismo politico. Alla rappresentanza regionale degli interessi di categoria propose di legare la differenziazione del bicameralismo e l’elezione di secondo grado del Senato, ma il suo ordine del giorno del 17 settembre 1947 venne respinto dalla Costituente.

Il 22 settembre 1946 succedette al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi come segretario nazionale della DC. Il suo primo atto fu la circolare ai dirigenti periferici del 15 novembre 1946, in cui denunciava come «coabitazione forzata» il «tripartitismo» con socialisti e comunisti.

La sua segreteria avviò così la transizione dai governi postresistenziali all’anticomunismo di guerra fredda, poi culminata nella formazione del IV governo De Gasperi nel maggio 1947, e contribuì a stabilizzarvi la centralità democristiana. Ne derivava l’autonomia del Partito dalla stessa area di destra che sostenne alla Costituente il monocolore degasperiano dopo il giugno 1947: nella replica del 3 ottobre alle mozioni di sfiducia delle sinistre, Piccioni respinse l’accordo con il gruppo qualunquista e sottolineò la vocazione di centro della DC, aprendo la strada dal dicembre 1947 all’alleanza «centrista» con socialdemocratici, repubblicani e liberali. Da segretario Piccioni impostò la campagna elettorale della DC per il voto politico del 18 aprile 1948, interpretandolo come scelta di civiltà per la democrazia occidentale.

Eletto deputato nella I legislatura, il 23 maggio 1948 entrò come vicepresidente del Consiglio nel V governo De Gasperi. Mantenne, tuttavia, la segreteria del Partito per conferirgli una specifica funzionalità organizzativa, che ne garantisse l’autonomia dal governo e insieme prevenisse la strutturazione interna delle correnti. Entrambi questi obiettivi giustificarono l’intransigenza di Piccioni sul «principio unitario» della DC, fondato su fattori extrapartitici come la «disciplina cattolica» e le «necessità di sistema» dell’anticomunismo (Capperucci, 2010). Nell’Assemblea organizzativa del gennaio 1949, non riuscì però a far approvare una conseguente proposta di modifica dello statuto democristiano, che avrebbe rafforzato l’autorità della dirigenza elettiva e depotenziato politicamente la struttura associativa degli iscritti, alterata dalla corsa al tesseramento verificatasi dopo il successo elettorale del 18 aprile. Lasciata la segreteria il 10 gennaio 1949, la mancata riforma organizzativa gli fece ritenere irreversibile lo sviluppo correntizio del partito. Tentò di organizzare inizialmente una corrente maggioritaria intorno al blocco degasperiano degli ex popolari, per contrastare la minoranza di Cronache sociali di Giuseppe Dossetti e di Amintore Fanfani, della quale avrebbe denunciato il «massimalismo cristiano» al III Congresso di Venezia del giugno 1949. Patrocinò allora l’elezione maggioritaria di Paolo Emilio Taviani a segretario, ma già nel Consiglio nazionale dell’aprile 1950 rivolse ai dossettiani l’appello per una nuova direzione unitaria, convertendosi egli stesso alla rappresentanza delle correnti come «coesistenza degli interessi» (p. 339). Si oppose invece alla corrente generazionale di Iniziativa democratica, ritenendo che puntasse a monopolizzare la gestione del Partito per raccogliervi la successione degasperiana.

Con De Gasperi assunse ininterrottamente incarichi governativi: ministro di Grazia e giustizia nel VI governo dal 27 gennaio 1950, riprese la vicepresidenza del Consiglio nei due governi successivi, dal 26 luglio 1951 al 17 agosto 1953, l’ultimo dei quali non ottenne la fiducia dopo il fallimento della legge elettorale maggioritaria nelle elezioni del 7 giugno 1953. Ricevette allora dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 2 agosto 1953, l’incarico per la formazione di un nuovo governo, ma si scontrò con le resistenze degli alleati ‘laici’ che avevano già provocato la caduta parlamentare di De Gasperi. Continuò ugualmente a negoziare una maggioranza politica di centro, come esigeva la condizione postagli da Einaudi di conferire a De Gasperi il ministero degli Esteri, ma il 12 agosto dovette rinunciare al mandato a causa del veto antidegasperiano dei socialdemocratici. Il suo tentativo avrebbe in realtà ricercato, come «sola alternativa» per la DC, l’allargamento a destra del quadripartito, «cioè un governo monocolore, stemperato in qualche modo» con «una forma di astensione da parte dei partiti di centro e dei monarchici» (Consiglio nazionale, 19, 28 settembre 1953). Agli stessi organi dirigenti della DC, Piccioni contestò l’ostruzionismo verso questa soluzione della crisi, poi avallata con la formazione del governo Pella.

Bloccata nella successione alla presidenza del Consiglio e nel Partito dall’investitura degasperiana di Iniziativa democratica, la carriera politica di Piccioni fu definitivamente compromessa dalle manovre scandalistiche che trascinarono il figlio Piero nelle indagini sulla morte di Wilma Montesi. Il suo arresto con un’accusa di omicidio, poi dimostratasi processualmente infondata, provocò, il 18 settembre 1954, le dimissioni di Piccioni da ministro degli Esteri del governo Scelba. Fu l’epilogo di una torbida campagna di propalazioni giornalistiche, non priva di complicità politiche e giudiziarie, che lasciò intatta la credibilità pubblica di Piccioni, ma ne intaccò irrimediabilmente la «fiducia cieca nella bontà e verità della democrazia, della magistratura, del rapporto di solidarietà della gente» (Piccioni, 1983, p. 16).

Proseguì con silenziosa amarezza l’attività di parlamentare e uomo di governo, avendo ormai rinunciato alle ambizioni di leadership che lo avevano designato «erede naturale» di De Gasperi.

Fu eletto, nel 1956, presidente del gruppo democristiano alla Camera e assunse analogo incarico al Senato nel 1958. Tornò alla vicepresidenza del Consiglio nel III e IV governo Fanfani, dal 26 luglio 1960 al 21 giugno 1963, e nel I governo Leone fino al 4 dicembre 1963, mantenendovi l’incarico degli Esteri, assunto il 6 maggio 1962. Nei tre governi di centro-sinistra presieduti da Moro nella IV legislatura, fu ministro senza portafoglio «con l’incarico di particolari compiti politici». Lo rimase anche nel II governo Leone fino al 12 dicembre 1968, prima di rientrare definitivamente nei ranghi del Senato, dove fu eletto fino al 1972.

Morì a Roma il 10 marzo 1976


Attilio PICCIONI alla Casa Bianca